Elektra

Dopo Cassandra, Medea e Antigone, l’Elektra di Hofmannsthal prosegue il progetto di Farneto Teatro dedicato alle eroine del mito.

Elettra figlia di Agamennone, vive lunghi anni accanto a chi le ha ucciso il padre - la madre Clitennestra ed il suo amante Egisto -  aspettando l’evento decisivo: l’atto cruento destinato a verificarsi col ritorno a Micene di Oreste, il fratello cui è affidato il compito della vendetta.

La sua cifra caratteristica non è l’azione bensì l’attesa.  Sorretta da un unico sentimento, il desiderio di giustizia, il suo passo è solitario, la sua lingua frequenta una sola memoria: il  massacro domestico.

Duro guscio di dolore, fanciulla di memoria tenace e di radicale volontà di vendetta Elettra ricorda per non dimenticare, ricorda l’orrendo delitto perché non cada nell’oblio, ricorda come atto di resistenza, di opposizione alla logica politica e sociale che invece vuole dimenticare per giustificare e avvallare il nuovo regime instaurato col sangue, dagli assassini del padre. Innumerevoli i riferimenti nel testo di Hofmannsthal all’animalità. Elettra, la principessa, colei a cui per diritto dinastico spetterebbe il potere si vede spogliata di tutto, anche della dignità. Vive in mezzo ai cani, dorme insieme ai cani, le viene dato il cibo nella ciotola dei cani, ulula come un cane: “rabbiosa come un gatto selvatico” viene detto di lei, le sue dita sono artigli, la sua postura principale è quella a terra, accovacciata.

Oreste quando arriva racconta di aver vissuto come un animale nelle stesse condizioni di Elettra. Due relitti, spogliati di tutto, due rifiuti, quando si incontrano si riconoscono in e per questo. La fraternità non è data dal sangue, dai vincoli di parentela. Sono fratelli perchè figli dei cani, come afferma Pasolini nella sua splendida poesia La solitudine, sono fratelli nella condivisione di un’etica, sono fratelli nel loro comune progetto di vendetta, che loro malgrado sono costretti ad attuare per esistere e che una volta portato a compimento, li sommergerà - nella pazzia, Oreste, - nella morte, Elettra.

Ridotta a cagna custode del sepolcro e della memoria del padre, nella sua sconvolgente e vulnerabile solitudine, si pone ancora oggi come pietra dello scandalo della ragione: la sua figura testimonia che attraverso la negazione e  l’oblio non è in alcun modo possibile  diventare ciò che si è.

Simon Weil a proposito della vicenda di Elettra scrive: “Pare fatta apposta per commuovere tutti coloro che, nel corso della loro vita, hanno dovuto conoscere cosa significa essere sventurato. Si tratta è vero di una storia molto antica. Ma la miseria, l’umiliazione, l’ingiustizia, il senso di solitudine, d’essere preda della sventura, abbandonati da Dio e dagli uomini, non sono situazioni antiche, sono realtà di tutti i tempi…”.

Elisabetta Vergani

Lo spettacolo

Dopo oltre venticinque secoli, i personaggi della tragedia greca continuano a parlarci, a farci riflettere e ad emozionarci con le loro vicende che sono specchio dell’uomo di ogni tempo e di ogni condizione, con una qualità di sintesi, profondità e limpidezza straordinarie.

L’Elektra di Hugo von Hoffmansthall, direttamente mutuata dall’opera di Sofocle e arricchita di una secca “K” nel nome che suona come una scossa, si complica dei motivi del suo tempo.

Nella fulminea tragedia ad un solo atto dell’autore tedesco, si respira chiaramente il gusto espressionista e ridondante dell’arte di fine secolo e il vento delle recenti scoperte psicanalitiche.

I personaggi perdono in parte il valore mitico che hanno negli autori tragici e sono attraversati da  una spietata analisi psicologica in mirabile equilibrio tra simbolismo e naturalismo, mentre di riflesso scompare l’individualità del dio e la compattezza del Coro si frantuma in generiche figure popolari.

Elettra - principessa umiliata, emblema di un’etica titanica, amara come un nodo in fondo al cuore e  destinata per vocazione al lutto già dai tre tragici - infiamma la fantasia di Hoffmansthall, che ne esalta la funzione di custode della memoria del Padre, ridotta a cagna o lupa che, nella volontaria accettazione dell’abbrutimento e del sacrificio totale, sceglie con ostinazione d’essere figlia e sposa di un cadavere, nell’attesa senza certezze del ritorno del fratello Oreste per il compimento della vendetta.

In quattro memorabili scene, Elettra sviluppa la sua parabola dolorosa incontrando i consanguinei antagonisti, anch’essi assurti in Hoffmansthall a figure estreme.

La sorella alleata-non alleata Crysothemi, cantatrice spudorata di un’altra possibilità di essere femmina.

La madre-nemica Clythemnestra, trasfigurata in uno spettacolare ed inquietante ritratto di disfacimento fisico ed emotivo.

Il tanto atteso ed amato Oreste, implume angelo vendicatore destinato dagli dèi ad un compito al di sopra delle sue possibilità.    

In uno spazio gelido e sospeso, a metà tra corroso palazzo del mito e livido obitorio di un tempo più recente, un luogo malato di memorie incrostate e di sospiri senza tregue, dominati e costretti dalla presenza di una tavola-letto che è di volta in volta sepolcro, mattatoio o trampolino di parole gravide che scavano l’aria, ho immaginato per Elisabetta, Angela, Martina e Federico personaggi malati e braccati, i loro corpi contorti rimandano ad una recondita animalità e alla loro condizione di anime condannate ad un destino senza risposte.

Ed in una geniale intuizione, Hofmannsthal consegna Elettra ad un finale senza futuro, privandola di un epilogo che non può essere all’altezza della sua grande funzione tragica.

Marco Sgrosso

 

Appunti di scenografia

Elektra è uno segno profondo, un solco disperato, uno squarcio disegnato da mani che scavano. La scenografia dello spettacolo è costruita con il ferro, come la corazza di Agamennone, ed è dura come il cuore di Elektra, ma allo stesso tempo,  preziosa come la collana di Clitemnestra.

L’omicidio di Agamennone è ovunque, le ferite del suo corpo sono impresse sulle pareti, mantenute aperte dalla sua giovane figlia – Elektra – che si muove come un animale ferito in uno spazio “obitorio”.

Tutta la scenografia è stata realizzata con lastre tipografiche, di dimensioni diverse, scarnificate con la saldatrice elettrica. Le lastre tipografiche sono il mezzo attraverso il quale viene perpetuata la memoria, stampando i libri che raccontano di antichi miti, tragedie recenti, speranze future.

Marco Muzzolon

Il mito di Elettra

La vicenda di Elettra giunge al teatro tragico dell’Atene del V secolo da una antichità mitica insondabile. Se il ruolo di Clitennestra - quale assassina dello sposo Agamennone - e quello di Oreste - costretto al matricidio dalla necessità di vendicare il padre e recuperare il regno – si presentano sostanzialmente individuabili già nell’Odissea e nel Catalogo delle donne esiodeo, la figura di Elettra trova spazio e ragione solo con la tragedia, e su di lei si improntano larga parte delle Coefore di Eschilo e dell’Oreste euripideo, oltre alle due tragedie, l’Elettra di Sofocle e quella di Euripide, di cui la principessa argiva è protagonista assoluta proprio per le sue caratteristiche di personaggio deviante e inquietante, in grado di coinvolgere lo spettatore nel gioco stupefacente dell’empatia. Femminilità lacerata, che rifugge dai canoni standardizzati di sposa e di madre, per votarsi alla memoria del padre e all’attesa della vendetta, eppure forse proprio per questo ancor più archetipicamente femminile: la donna come soggetto che individua la sua specificità nella perdita, che sa definire la sua identità nel rinunciare caparbiamente a tutto ciò che le spetta – bellezza, giovinezza, amore, nobiltà, ricchezza – pur di non adeguarsi a condizioni  che le ripugnano. Elettra rappresenta la trasgressività dirompente del rifiuto, in cui la negazione senza riserve dell’avere assurge alla libertà dell’essere. Vive in lei uno smisurato orrore nei confronti dell’opposta femminilità materna, una femminilità maschia, fatta di desiderio erotico e smania di potere e sopraffazione; e un amaro disprezzo per la femminilità prona e convenzionale della sorella, che antepone la fusione col sangue estraneo di uno sposo alla conservazione della propria appartenenza familiare. Tutto l’universo maschile si rinserra per Elettra nell’ombra eroica del padre, che incombe sulla sua esistenza quale modello di virilità irripetibile e ineguagliabile; l’arrivo di Oreste – la sua virilità nevrotica e incrinata dal dubbio, la sua azione avviata più dal dovere che da intima convinzione, il suo destino di rimorso e follia - le schiuderà invece le porte al riconoscimento di un alius et idem, di una creatura diversa e pure identica a lei, nell’amore assoluto e dolente in cui i due reietti troveranno insieme la forza di rovesciare un mondo.

Marina Cavalli

 

 

 

Recensioni stampa

 

Il dramma di Elektra donna forte e sola

Tante diverse individualità nella versione di Hoffmannstahl, e nessuna unità. Anche il coro si frantuma nelle varie figure in scena, e infatti non esiste. Nel lavoro di Vergani e Sgrosso che vede unirsi il Teatro del Buratto con il Farneto, tutto comunica qualcosa. Dalla scenografia di Marco Muzolon, che fa uso di lastre tipografiche scorrevoli (che bloccano la memoria come la morte di Agamennone ha bloccato la vita a tutti) fino alla gestualità animalesca. Un lavoro profondo e articolato di Elisabetta Vergani; di grande aiuto anche l’approfondimento realizzato con Marina Cavalli.

      (Maddalena Miele, Il giornale 18-5-09)

Elektra eroina espressionista

Dopo Cassandra, Medea e Antigone, la rilettura del mito al femminile di Elisabetta Vergani e di Farneto Teatro approda ad Elettra. L’eroina della vendetta ha qui le parole dell’Elektra di Hugo von Hoffmannstahl, poeta della Vienna fine 800 dal gusto prezioso e letterario. Lo asseconda la regia di Marco Sgrosso, maestro di sperimentalismi con la sua compagnia Belle Bandiere, che imprime un segno forte, di stampo espressionista, allo spettacolo. Sulla bella scena di lastre metalliche graffiate da solchi di Marco Muzzolon, Elettra-Vergani si muove come una bestia braccata in attesa del vendicatore Oreste, rinchiusa nel palazzo-obitorio dalla madre assassina Clitemnestra che l’ottima Angela Malfitano, incastonata in un trono sarcofago e sorretta da grucce, rende icona barocca di corruzione fisica e morale.

 (Simona Spaventa, La Repubblica 13-5-09)

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