Cassandra

di Christa Wolf 

 

traduzione di Anita Raja

drammaturgia e regia di Maurizio Schmidt

con Elisabetta Vergani

 

 

percussioni dal vivo Danila Massimi luci Loredana Oddone elettricista Irene Maccagnani costumi Stefania Basile suoni Ramberto Ciammarughi

 

Il mito di Cassandra

Quello di Cassandra è un mito antichissimo, capace di parlarci da profondità remote.

La vicenda è nota: Cassandra, figlia prediletta del re di Troia, è ritenuta pazza perché si oppone, unica fra tutti e con tutte le sue forze, all’entrata in città del “cavallo” donato dai greci. Dopo il funzionamento dello stratagemma e la distruzione di Troia, i greci rimarranno gli unici a raccontare la sua storia e la scriveranno a modo loro: chiamandola “veggente” e facendo nascere il mito della profetessa medio-orientale che, per essersi negata al dio dei greci Apollo, viene condannata a non essere creduta dai suoi contemporanei.

I greci, gli inventori del teatro tragico, concluderanno poi quella vicenda da par loro: nell’unica tragedia rimasta che parli di lei (l’”Orestea” di Eschilo), Cassandra verrà uccisa come preda di guerra davanti alle mura di Micene in terra greca. Da lì lancerà, prima di morire, la sua ultima profezia di sciagura verso quella civiltà che ora si crede padrona del mondo.

 

Nasce così il mito della profetessa di sventura. Cassandra è diventato il toponimo del dire la verità e non essere creduti, predire la sventura che sta per avvenire, essere di malaugurio. Nella nostra lingua il suo nome è sempre pronunciato in forma dispregiativa.

Eppure - a guardar bene -  tra i cinquanta ben più famosi figli di Priamo è lei ad essere sopravvissuta. La sua tragedia è quella di ogni lingua perdente, inascoltata anche se dice la “verità”. A livello mitico, non è secondario che ad essere capace di prevedere il futuro (semplicemente perché disposta a guardare il presente) sia una donna. Una donna che prevede la catastrofe cui va incontro la sua città e cerca disperatamente con la parola di fermarla.

Quasi fosse il primo intellettuale moderno affacciato sul baratro del sapere, Cassandra che non rinuncia a dire anche se rimane inascoltata è forse l’emblema di ogni concezione civile della cultura.  Entra nel libro nero della nostra memoria collettiva perché rompe un tabù: dice alla comunità ciò che spesso è ovvio al singolo individuo. Il suo mito cerca di ricomporre quella frattura che fa dell'uomo occidentale aggregato in società un animale molto più stupido di quanto sia nell'intimo della propria coscienza.

 

Tremila anni dopo possiamo dirlo: la provocatrice Cassandra aveva ragione, sia nel profetizzare la fine di Troia che nel profetizzare la fine di Micene, la capitale dell'impero vincente. Di entrambe, impietosamente, rimane ciò che la storia ci ha tramandato: rovine.

 

"Che essi ahimè non sanno vivere: è questo il vero pericolo mortale"             

  

Nella famosa riscrittura di Christa Wolf – un cult-book da varie generazioni – una donna di oggi davanti a quelle rovine si chiede: chi era davvero quella donna prima che un greco scrivesse di lei?  E la storia di Cassandra diventa la storia della dolorosa scoperta dell’estraneita al proprio mondo. La storia di un dolore psichicamente insopportabile, di una sacerdotessa senza la fede persa nelle pratiche del culto di corte, che all’improvviso scopre in sè la capacità di “vedere” semplicemente ascoltando le reazioni del proprio corpo di fronte a segnali cui nessuno dà peso, ma che sono sotto gli occhi di tutti. Quella che gli altri chiamano paura, per lei diviene sapienza.

Vede così in anticipo ciò che tutti sembrano non vedere: la rovina sicura di una guerra giustificata da bugie che colpiscono l’immaginazione ed ottundono il cervello. Davanti alla "bugia di stato" del rapimento della bella Elena da parte di Paride sentirà in sè nascere un disgusto che non troverà forma di espressione se non contro se stessa: un delirio, una malattia che abiterà il suo corpo alla ricerca disperata di una voce per salvare la città che tanto ama.

Poi uscirà dal palazzo, negherà i suoi compiti di sacerdotessa ufficiale, scoprirà un gruppo di fuoriusciti che resiste e tramanda antiche usanze religiose cariche di una fede e di un amore sconosciuti.  Allora dal fondo del suo malessere vedrà che ad oscurare le menti è una logica di false alternative che tutti hanno accettato: uccidere o morire. Cassandra troverà finalmente la voce e sarà un grido pieno di dolore: tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere. Quello che nessuno sa più fare.

Poi seguirà il proprio destino: i suoi concittadini la chiameranno matta e resteranno immobili di fronte al suo delirio sacro in nome della vita. Lei guarderà con immenso dolore l’avvicinarsi della inevitabile fine della città che un tempo amava.

 
"Ecco dove accadde, lei è stata qui"                                               

 

Il plot del romanzo di Christa Wolf è assai semplice: una donna moderna (una scrittrice in viaggio turistico) di fronte alle rovine della Porta dei Leoni di Micene, vive una allucinazione, torna indietro di 2500 anni e vede Cassandra trasportata in trionfo quale vittima sacrificale dai vincitori greci sotto quella stessa porta. Nello spazio di un tramonto, di fronte alle stesse pietre che hanno conosciuto il mito, si identifica con Cassandra che nel momento della morte vede scorrere nella propria memoria tutta la sua vicenda.

“Cassandra” è una telefonata all’antichità, la connessione tra due donne al di là del tempo. Ma soprattutto tratta di una capacita di "vedere" perduta: è una struggente indagine femminile su quell'errore dell'intelligenza costretta da false alternative da cui nasce ogni guerra e sulla irresponsabilità del non voler "vedere" quell'errore. Perchè, grida la Cassandra di Christa Wolf, "si sa sempre quando comincia la guerra, mai quando comincia la vigilia della guerra".

 

La drammaturgia nasce dalle suggestioni derivanti dall’Iliade, da una parte e dal romanzo di Christa Wolf dall’altra; la realizzazione scenica dall’incontro tra il lavoro di una attrice nel pieno della sua maturità espressiva (Elisabetta Vergani) e di una percussionista etnica di grande talento (Danila Massimi).

 

Il progetto continua un filone di lavoro da tempo avviato da Farneto Teatro – quello dell’interrogazione al mito e sullo spazio del sacro – che nei quattordici anni della sua storia ha condotto a varie realizzazioni, da quelle lontanissime  milanesi (“L’Orazio” di H. Muller,  “Verso Cassandra 1” dai diarii di H. Schliemann 1992) a quelle umbre più recenti ("La nuova leggenda di Ognuno", “Medea” di C. Alvaro, “San Paolo” di P.P. Pasolini, 2000-2003). Anche il tema della guerra è stato da sempre presente nei progetti di Farneto ("Un uomo è un uomo" di B. Brecht, "Arlecchino Militare", 1995-2005)

 

 

 

Recensioni stampa (pagina da aprire a pop up?)

Cassandra, una donna sola contro la guerra

Non era facile rendere con un monologo la densità tematica e ideologica del romanzo, ma l’operazione riesce (e consiglia allo spettatore ignaro la lettura del libro della Wolf) grazie all’intenso, compatto impianto drammaturgico di Maurizio Schmidt e alle suggestioni della Massimi, donna-orchestra che crea la tessitura sonora per l’ultimo, disilluso, atroce sfogo di Cassandra prima di morire nella reggia di Agamennone, vittima della gelosia di Clitennestra. Alle prese con un testo di fluviale eloquenza e di accesi furori, avvolta in un bianco sudario come una mummia riemersa dai secoli, scossa dai fremiti del suo disperato profetare che è coscienza di un presente barbaro, e alla fine prigioniera delle corde del suo supplizio, la giovane Vergani è ammirevole per trascinante impeto.

(Ugo Ronfani, Il giorno 28-3-06)

Cassandra appassionata

Una vuota scena cupa è lo spazio rituale in cui prendono forma e carne le parole di Cassandra rievocata come nel romanzo dalla figura contemporanea di una donna che si ferma davanti alla Porta dei Leoni di Micene per interrogarele rovine e I miti che in esse si nascondono. Appassionata, Elisabetta Vergani si concede al suo personaggio con una vis drammatica generosa. Le scene trovano un equilibrio grazie agli interventi della percussionista Danila Massimi che rievoca voci ed atmosfere arcaiche. Il monologo trova il suo momento migliore alla fine, quando Cassandra ormai prigioniera viene sollevata verso l’alto da quattro corde in un’efficace immagine di vittima sacrificale.

(Sara Chiappori, La Repubblica 23-3-06)

Il grido di Cassandra

Se la rilettura di Christa Wolf dona nuova vitalità al mito, la forza espressiva dell’attrice Elisabetta Vergani rende omaggio alla straordinaria complessità del personaggio restituendo con intensità il dolore della sacerdotessa ormai senza fede, la spiazzante novità di questa edizione è attribuibile alle percussioni di Danila Massimi, che accompagna Cassandra lungo il suo difficile percorso emotivo e spirituale, dondolandola al suono della sua chitarra, svegliandola con quello dei tamburi di guerra degli Achei, o ancora riscuotendola dal suo furore estatico con uno strumento in grado di riprodurre il suono delle onde del mare. E se non fossi certa di trovarmi all’interno di un teatro, giurerei di essere su una spiaggia attorniata dalle trireme.       

(Isabella Valleri, Musical! Aprile 2006)

Rivive il mito di Cassandra profetessa contro il potere

Come nel testo della Wolf la scena si apre con l’immagine di una scrittrice di oggi che, di fronte alle rovine di Micene rivive, tra allucinazioni e ricordi, il mito di Cassandra. Le quattro corde che calano dall’alto, in un gioco di avvolgimenti e imbragature, si trasformano in tempio, prigione, palazzo.. A sottolineare il percorso della profetessa di sventura che non rinuncia a dire la verità, le percussioni dal vivo di Danila Massimi.

(Livia Grossi, Corriere della Sera 14-3-06)

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