Antigone

ANTIGONE

storia della perduta città di Tebe

da Sofocle, Eschilo, Euripide

 

drammaturgia e regia Maurizio Schmidt

con Elisabetta Vergani

 

percussioni Danila Massimi luci Paolo Latini elettricista Alessandro Barbieri movimenti scenici Niccolò Farina organizzazione Marisa Villa ufficio stampa Giulia Calligaro

 

 

Il mito di Antigone

Il mito di Antigone è quello di un cosciente e appassionato oppositore. Antigone immola la sua giovinezza per adempiere all’atto più antico e ovvio, anche se divenuto reato per decreto del tiranno: il seppellimento pietoso del fratello morto, colpevole di aver preso le armi contro la sua stessa città. 

Quello di Antigone è il mito di una giovane donna che si affaccia sullo sfacelo dei tempi: la guerra tra i fratelli, il terribile destino del padre Edipo, le ambizioni dello zio Creonte, il tiranno a cui si oppone. E’ un mito da non rovesciare come i precedenti: risuona forte e chiaro per quello che è.

La drammaturgia abbraccia l’intera vicenda di Antigone, che si sviluppa in Sofocle (Antigone), Eschilo (Sette a Tebe) e Euripide (Le Fenicie) e anche in altre tragedie che riguardano la storia di  Tebe (Baccanti). Sono presenti anche suggestioni derivanti da “La tomba di Antigone” di Maria Zambrano. L’ambizione è quella di raccontare attraverso gli occhi di Antigone l’ascesa e la caduta di una città mitica: la perduta Tebe, la città maledetta soverchiata da Atene. Le tragedie del ciclo tebano, infatti, costituiscono una saga di cui l’Antigone è solo l’ultimo, terribile capitolo.

Interrogando il destino dell’ultima discendente dei Labdacidi, colpisce il suo destino di ragazza che arriva alla morte senza avere potuto mai davvero vivere la vita. La scelta tragica la coglie alla vigilia delle nozze: il dolore per la propria inesistenza dà voce alle sue lamentazioni. E forse la sua vera scelta non è tanto quella di disobbedire al decreto di Creonte e seppellire il fratello, un atto che lei stessa descrive come necessitato da una forza superiore alla propria volontà, quella del sangue; la sua vera unica scelta appare essere il suicidio.

Lo spettacolo cerca di immaginare i suoi ultimi momenti. Dal fondo della grotta che sarà la sua tomba, Antigone rivede tutta la sua vita e quella della sua città. E’ la storia di una comunità che ha tradito un passato glorioso e prodotto il peggio dell’essere umano. E’ la radiografia di una decadenza, che la tragedia chiama maledizione, vista dall’occhio di chi ne paga le conseguenze.

In Antigone le leggi della città e le leggi della vita, si oppongono irrimediabilmente. Ares e Dioniso si contrappongono in questo mito. Non può non colpire l’estremo tentativo di arrestare una caduta, la ricerca di un rispetto per le regole condivise da tutti ma non rispettate. Antigone, oggi, potrebbe essere una giovane che nella contemporanea Milano chiede a gran voce il rispetto dei valori di suo nonno, quelli poco alla moda della Resistenza.  Nel conflitto che la oppone a Creonte lei è “terrorista” perché sulle cose fondamentali conservatrice: è dalla parte delle regole, degli dei e della tradizione, contro l’ateismo politico di Creonte. E ciò la rende distante dai suoi contemporanei, troppo poco razionale, troppo libera, Queste riflessioni sul paradosso che costringe un oppositore ad essere “perbene” quando il potere agisce contro la legalità e a pagare prezzi spropositati per difendere la polis mette in sequenza questo mito con i precedenti, variando ulteriormente la riflessione sul carico che la donna assume davanti alle distorsioni della nostra cultura in un’epoca di decadenza.

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